Ristorni: manteniamo alta la guardia!

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Il Consiglio di Stato ha sbloccato la parte di ristorni che lo scorso 30 giugno 2011 erano stati congelati per tentare di rilanciare su basi più costruttive il dialogo tra Svizzera e Italia. Lo ha fatto sulla base dell’impegno di ambo le parti a sedersi al tavolo delle trattative, già a partire dal prossimo 24 maggio. Tra i temi che dovranno essere discussi, i principali saranno senz’altro un possibile accordo fiscale sul modello di quelli già sottoscritti con Gran Bretagna, Germania e Austria e lo stralcio del nostro Paese dalle “black list” italiane. Le famigerate “liste nere” che creano intralci alle aziende svizzere che vorrebbero lavorare in Italia. Non abbiamo evidentemente la prova del contrario, ma mi sembra evidente che la decisione del Consiglio di Stato di bloccare i ristorni – discutibile finché si vuole dal profilo diplomatico e del galateo istituzionale – ha giocato un ruolo in questo rinnovato impegno di Svizzera e Italia a cercare soluzioni costruttive in ambito fiscale ed economico. È la dimostrazione che, ogni tanto, mostrare un po’ di robusta determinazione non guasta, a patto che ci si sappia porre dei limiti e degli obiettivi. Sarebbe però ingenuo ritenere che l’apertura delle trattative tra Svizzera e Italia consentirà di risolvere come per magia una situazione complessa e delicata. L’Italia si trova inoltre in una fase politicamente molto critica e il Governo Monti – che oltretutto non sembra avere particolari simpatie per il “modello Rubik” – è sottoposto a una pressione politica sempre maggiore da parte della variegata coalizione di partiti che sostiene l’esecutivo. A una timida apertura oggi, potrebbe corrispondere una ferma chiusura domani. Per questo motivo, credo sia importante che il gesto di “buona volontà” del Consiglio di Stato sia accompagnato da una costante attenzione sullo sviluppo delle trattative tra Svizzera e Italia. Trovo positivo che anche un rappresentante del Consiglio di Stato dovrebbe fare parte della delegazione chiamata a discutere dei vari temi all’ordine del giorno. Pur nel rispetto della ripartizione costituzionale dei compiti tra Cantoni e Confederazione (la politica estera spetta a quest’ultima), il Ticino non può rinunciare a far sentire il proprio punto di vista, le proprie richieste e le proprie preoccupazioni. Non si tratta di rivendicare statuti speciali o di fare atto di “vittimismo”, ma di avere il legittimo ruolo che ci deriva dall’essere Cantone intimamente coinvolto nelle dinamiche transfrontaliere con l’Italia. Confido che il Consiglio di Stato continui a mostrare lo stesso coraggio e la stessa determinazione di cui ha saputo dare prova qualche mese fa. Se lo aspettano i ticinesi, ne ha bisogno il Ticino.

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Non sono forzatamente un fanatico delle aperture domenicali, perché credo che una società abbia bisogno di osservare certi ritmi. Se oggi ci sembra indispensabile poter acquistare un paio di pantaloni di domenica, domani potremmo avvertire la stessa necessità rispetto al rinnovo della carta d’identità o al cambio delle gomme dell’automobile. E allora addio domenica, per tutti. Ciò premesso, quanto sta accadendo rispetto al Fox Town mi sembra appartenere alla categoria del surreale. Al di là dei rischi di compromettere un importante tassello della nostra realtà economica e lavorativa, credo che si sia perso di vista un elemento fondamentale: la buona fede. Un cittadino ha investito molti milioni in un progetto imprenditoriale di grande respiro e, durante 17 anni, ha continuamente ampliato la sua “creatura”, garantendo ai lavoratori condizioni vantaggiose, pagando un bel po’ di imposte e rivitalizzando (economicamente) un pezzo di territorio. Come si possa anche solo pensare che a questo cittadino si possa dire: “sai che c’è, adesso di domenica chiudi”, supera ogni mia comprensione. Bene ha quindi fatto l’OCST – che sulla tutela dei lavoratori è al di sopra di ogni sospetto – a richiamare il Dipartimento a una più che giustificata marcia indietro.